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L'Accordo sul Clima di Parigi: obiettivi ambiziosi, strumenti inadeguati

L’Accordo sul Clima di Parigi del 12 dicembre 2015 va considerato di portata “storica” non solo perché "universale", in quanto approvato da quasi tutti i Paesi della Terra (195 Stati), ma perché questi hanno riconosciuto (sebbene con almeno 20 anni di colpevole ritardo) che il riscaldamento globale è un fenomeno di dimensioni mondiali e quindi va affrontato "insieme" da tutti. L’Accordo ha inoltre riconosciuto che è necessario il rapido superamento dell’era dell’energia primaria prodotta mediante l’utilizzo di carburanti fossili (carbone, petrolio, gas naturale) in quanto esso comporta rischi incalcolabili, ad opera dell’uomo, per la sopravvivenza stessa del genere umano.

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L’ultima chiamata per il genere umano sul Pianeta Terra

Forlì Marcia per il clima 2015, lettura dell'appello Fermiamo la febbre del pianeta

di Lamberto Zanetti

Fin dal 1941, anno in cui fu redatto il Manifesto di Ventotene, da parte di Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni, la consapevolezza che la maggior parte dei problemi non avevano più una dimensione nazionale portò i federalisti a sperare, nel pieno della seconda guerra mondiale, che una volta terminato il secondo grande suicidio collettivo del 1939-45, si sarebbero create nuove Istituzioni politiche federali dal Quartiere al Continente e al Mondo, capaci di realizzare la Pace attraverso la realizzazione di una grande Federazione di Popoli che Immanuel Kant aveva così mirabilmente descritto nel 1784 nella “Idea di una storia universale da un punto di vista cosmopolitico“.

Proprio i  piccoli  si sono dimostrati i fan più accaniti di Gabbani: vuoi per lo scimmione portando sul palco di Sanremo, vuoi per le canzoni orecchiabili, sono stati tantissimi i genitori che hanno portato i bambini al concerto. Inevitabile qualche imprevisto dovuto alla calca: la piccola Anna, 8 anni, ha perso la mamma per qualche minuto proprio sotto il palco, ma l’arrivo del cantante ha subito fatto dimenticare la paura. E alle 22 anche la mamma e il papà più reticenti non hanno potuto fare altro che unirsi all’entusiasmo dei figli: « I veri fan sono loro , ma piace anche a noi», raccontano due mamme tenendo per mano i pargoli, già impegnati a intonare “Estate” e “Occidentali’s Karma”. Poco distante, due adolescenti rumoreggiano per l’attesa: «Sono qui da stamattina, spero proprio che non faccia due canzoni per poi andarsene».

Malumore svanito in pochi istanti quando Gabbani compare sul palco, si inchina e saluta la folla: « Che spettacolo, Genova , facciamo partire questa serata», scandisce sui primi accordi di “Magellano”. E qualche minuto dopo, con “Estate”, arriva l’augurio: «Con questa canzone vi voglio augurare delle vacanze bellissime». Ovviamente a tempo di musica.

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Oggi il Consiglio di Stato ha detto che si potrà istituire il parco archeologico del Colosseo e si è espresso favorevolmente alla nomina di direttori stranieri del parco stesso: ha quindi accolto il ricorso del ministero dei Beni culturali, avanzato contro le due sentenze del Tar del Lazio che avevano a loro volta accolto i ricorsi di Roma Capitale, cioè l’ente che amministra il territorio comunale della città di Roma.

Nei mesi scorsi  UNDERARMOUR BGS Torch Fade JR Under Armour
 di uno scontro tra Virginia Raggi, sindaca di Roma (Movimento 5 Stelle), e Dario Franceschini, ministro dei Beni culturali (PD). Lo scorso aprile Roma Capitale aveva presentato al Tar del Lazio un ricorso per chiedere l’annullamento del decreto che istituiva il parco archeologico del Colosseo, voluto da Franceschini. Raggi aveva sostenuto che l’istituzione del parco era “lesiva degli interessi di Roma Capitale”: «Quello che mi preme sottolineare è che in pratica sembra che il governo voglia gestire in totale autonomia e senza alcuna concertazione il patrimonio culturale dell’amministrazione stessa. Per noi è inaccettabile. E ancora piu inaccettabile è quello che viene operato con i ricavi», aveva detto Raggi.

La cultura ha acquisito un ruolo determinante nel passaggio alla digitalizzazione, sostiene convinto Giuseppe Falco, amministratore delegato The Boston Consulting Group dal gennaio 2014 per Italia, Grecia e Turchia. Si assiste a un passaggio da strutture centrate sulla gerarchia, costruita e stratificata attorno a concetti di potere, esperienza e competenza pluriennale, a strutture fondate sull’informazione e la relativa capacità di gestirla fino a maneggiare con cura e appropriatezza il flusso dei big data. La potenza di calcolo oggi consentita apre a utilizzazioni dei dati inimmaginabili fino a ieri, conferendo a chi li gestisce il nuovo vero potere. Sapere amministrare queste informazioni orienta le trasformazioni nella cultura aziendale che è chiamata a ridisegnare la crescita, a gestire i successi, a guidare i percorsi di carriera sempre più legati a progetti. Molti lavori a fronte di una accelerazione dei processi di automazione spariranno e con il digitale si affermeranno culture imprenditoriali diverse: ci saranno società illuminate dove i chief digital officier creeranno proattivamente profili, strategie e culture digitali; nasceranno poi corporate start-up con la mission di incubare iniziative e sviluppare nuovi business ad hoc. “Le risorse umane nel passaggio al digitale incontrano diversi fattori di criticità, certo gestibili, ma da non sottovalutare. Con le informazioni disponibili le imprese iniziano a fare profiling, introducendo un modo diverso di disegnare i percorsi di carriere. Non è ancora una valutazione della persona ma una fotografia puntuale e spesso molto focalizzata. Nelle risorse umane si scontrano e si confrontano almeno due generazioni: chi ha dovuto imparare la tecnologia e i nativi digitali che sono cresciuti con i nuovi mezzi. Di questi ultimi è difficile disegnare un percorso. Certamente la carriera non procede più in maniera verticale ma in modo sinusoidale e la partecipazione a progetti discrimina e determina gli avanzamenti”. L’azienda, da parte sua, è costretta dal digitale a cambiare in continuazione approccio alla tecnologia mettendo in atto procedure di disruption. A chi si interroga sulle sorti dell’occupazione Giuseppe Falco, dal suo osservatorio dice: “Perdurano preoccupazioni per la sopravvivenza di alcune realtà e per le possibili perdite di posti di lavoro. Certamente il digitale in questa prima fase ha contratto l’occupazione e ha cancellato funzioni, ma si commetterebbe un errore se ci si fermasse all’aspetto distruttivo; se solo si sposta l’attenzione, infatti, si possono già cogliere le dinamiche di creazione e sviluppo di una nuova e diversa occupazione.”

Giovanni Santambrogio

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